Carmelo Palladino (Cagnano Varano, 23 Ottobre 1842 - Cagnano Varano, 19 Gennaio 1886) è stato un rivoluzionario italiano.
Carmelo Palladino nacque il 23 ottobre 1842, nel palazzo Palladino, stabile sito in corso Umberto al numero quindici, dall’avvocato, e famoso patriota, Antonio Palladino e della nobildonna Raffaela Fiorentino. Della sua infanzia non si hanno delle conoscenze certe; è invece appurato il fatto che il Palladino, una volta terminati gli studi propedeutici, si trasferì nella città di Napoli per intraprendere gli studi universitari, presso l’università Federico II: frequentò il corso di studi in giurisprudenza. Proprio durante questo periodo, il Palladino, ebbe modo di conoscere un personaggio alquanto irrequieto: il russo Michail Bakunin, capo degli anarchici.
Alcuni mesi dopo il suo incontro con Bakunin, Palladino, insieme ad altri studenti, costituì la sezione napoletana dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, di cui fu, per un certo tempo, segretario e corrispondente, risultando uno dei più attivi tra i primi socialisti. Grazie al suo ruolo, Palladino ebbe rapporti di stretta amicizia e di collaborazione con Enrico Malatesta, Carlo Carierò, Francesco Saverio Merlino, Andrea Costa, Francesco Natta, Emilio Covelli, Gaetano Zerardini e altri esponenti del movimento internazionalista italiano. Fu, inoltre, in corrispondenza anche con Friedrich Engels e Karl Marx, autori del Manifesto del Partito Comunista.
Terminato il periodo di studi, il Palladino ritornò a vivere nella sua città natale. Intorno agli anni settanta, del XIX secolo, si unì in matrimonio con una contadina di Cagnano Varano, Caccavelli Antonia, che gli dette due figlie: Adele Erminia Raffaela, nata nel 1876, e Clelia, nata nel 1887. A Cagnano Varano, sebbene non fosse ben visto dalla popolazione locale, il Palladino esercitò la professione di avvocato, senza mai abbandonare la sua attività sovversiva, né interrompere i suoi legami con i massimi esponenti del movimento anarchico. Proprio questo aspetto della sua esistenza lo portò, nell’anno 1879, ad essere tratto in arresto con l’accusa di "cospirazione diretta a distruggere la forma di governo eccitando i cittadini ad armarsi contro i poteri dello Stato". Il periodo di reclusione durò pochi mesi: fu prosciolto con ordinanza del 4 agosto 1879 rilasciata dal tribunale di Lucera. Ciononostante, il Palladino continuo imperterrito a collaborare, con fervore, con la stampa anarchica e, alla vigilia del Congresso dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori, che ebbe luogo in Svizzera nel 1887, elaborò le sue risposte ai 17 quesiti congressuali, che trascrisse a Natta in una interessante lettera. Nello stesso periodo, si promise di comporre un libro dottrinario sull'anarchismo.
Un personaggio come il Palladino, a causa delle sue idee politiche e sociali, si lamentava dell’isolamento sociale in cui viveva nel Gargano, tagliato fuori dal mondo. Era stimato, per la sua onestà e per la sua intelligenza, dai rappresentanti della forza pubblica. Il sottoprefetto di S. Severo, il 7 dicembre 1877, parlando degli anarchici e di lui, riferiva :
Debbo però fare un'eccezione a questi apprezzamenti a proposito di Carmelo Palladino da Cagnano Varano il quale, onesto, intelligente, si tiene lontano dagli affari amministrativi, e sostiene per propria convinzione i principi dell’Internazionale.
In quegli stessi anni, a Cagnano Varano, si formò una sezione di anarchici. Con il Palladino collaboravano gli intellettuali Antonio Fini, Luigi Della Monica da Sannicandro Garganico e Giuseppe Bramante da Carpino. Le autorità di polizia dovettero vigilare costantemente sui piccoli focolai anarchici appena creatisi. L’8 maggio 1881 vennero disposte misure di polizia, perché era giunto a Palladino un pacco, contenente un giornale scritto in francese insieme a manifesti incitanti alla rivolta.
Negli ultimi decenni del secolo XIX, Carmelo Palladino fu avvocato del Comune di Cagnano Varano, con l’incarico della giunta Fini, di seguire a Napoli la causa contro i Forquet, per definire questioni territoriali. Si dimise dall’incarico nel 1889, l’anno successivo l’insediamento, ritenendo "il compenso insufficiente a disimpegnare un sì oneroso carico". Il Palladino scrisse:
Accetterei volentieri l’onorifica nomina ad avvocato di questa amministrazione ch'ella con pregiata nota del 4 corrente, mi partecipa, se non vi opponesse la tenuità del compenso, o stipendio annessovi. E che lo stipendio sia veramente più che tenue, meschino, il Consiglio medesimo ne converrà, sol che ponga mente ai gravi compiti che incombono all’avvocato. Egli deve 1° difendere l'amministrazione in tutte le cause che la stessa avrà; 2° Eseguire lo spoglio di tutti i processi interessanti l’amministrazione che sono in questo Comune; 3° assistere al sindaco e dare consultazione in tutti gli affari, nei quali potrà essere implicata l'amministrazione e nello espletamento delle pratiche relative, 4° recarsi in provincia e fuori per consultare avvocati e procuratori nell'interesse dell'amministrazione. Ora, in quanto al primo compito, poniamo che l'amministrazione abbia non più di trenta cause penali all'anno presso la Pretura, e che incaricando delle sue difese un avvocato, lo rimuneri col compenso minimo di lire dieci per ogni causa, avremo già lire trecento. Il secondo compito per quanto sia facile ad enunciarsi, per altrettanto è di difficile e laboriosissima esecuzione. Il Consiglio non ha pensato forse che, per esso bisogna disseppellire tutti i processi da trenta anni a questa parte? Ora, seguendo la medesima proporzione di 30 processi all'anno, abbiamo la bellezza di 900 processi, da scavarsi dagli archivi e sostenere giudizi, ai quali tale esecuzione potrà dare adito.... Se il comune vorrà di ciò incaricare, non dico un avvocato, ma un individuo qualunque, vorrà dargli meno di una lira al giorno! Dunque altre 360 lire. E per lo studio dei processi, giudizi di liquidazioni di danni, esecuzione di sentenze e tutto il resto, in cui sarà necessaria l'opera di un avvocato? Le residue lire 40! Esaurita così la somma di lire 700, che resta pel terzo e quarto compito? Nulla.
Era il 9 gennaio 1889 quando la missiva giunse presso l'ufficio del Comune. Le richieste del Paladino vennero respinte cosicché da trovarsi a lasciare l’impiego comunale.
Come ogni personaggio che abbia mai creduto nei propri ideali, il Palladino, già vedovo di Caccavelli Antonia, fece una drammatica fine: morì di notte mentre rincasava. Fu assassinato lungo corso Roma, colpito alle spalle. Era il 19 gennaio del 1886.




