I festini a luci rosse di Arcore e le vittime della missione di pace
- Pubblicato Mercoledì, 23 Febbraio 2011 07:57
- Categoria: Politica
- Scritto da Francesco D'Augello
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Una contraddizione tutta italiana
Nel mentre che qui in Italia, precisamente nella villa di Arcore del Presidente del Consiglio, si organizzano cene e festini notturni a luci rosse, per soddisfare l’insana passione che egli mostra ripetutamente di avere per le ragazze belle e prosperose, meglio ancora se minorenni, (ne parlano diffusamente giornali e televisioni di tutto il mondo), in Afghanistan invece continuano a morire giovani soldati italiani per motivi che non si riuscirà mai bene a capire.
Militari italiani in Afghanistan. Immagine tratta da discovermilitary.com
Ci viene detto che ciò accade per portare avanti, in quel Paese, una “missione di pace”, quindi per una giusta causa.
In ogni caso, è chiaro, non per difendere la nostra Patria dalla minaccia incombente di un nemico invasore che non c’è. Intanto, io credo di sapere che il servizio militare sia stato concepito e reso obbligatorio, almeno fino ad alcuni anni fa, proprio allo scopo di difendere la Patria quando ce ne fosse stato bisogno.
Del resto, è assurdo pensare che una missione di pace possa essere compiuta mediante l’impiego di armi da guerra, in quanto la parola pace è contraria ad ogni idea di guerra e di spargimento di sangue umano, quel che invece avviene in Afghanistan dove gli agguati mortali contro i nostri militari sono sempre più frequenti e continua anche a salire il numero delle vittime. È di qualche tempo fa la notizia di un agguato dinamitardo, in cui è stato ucciso il povero giovane alpino Luca SANNA e un altro suo compagno d’armi, il ventunenne Luca BARISONZI, rimasto con lui gravemente ferito, rischia di trascorrere il resto della sua vita inchiodato su una sedia a rotelle.
Per ragioni diverse e per un diverso giudizio, tanto gl’indecorosi festini di Arcore, quanto le dolorose perdite di soldati in terra afghana, non possono lasciare indifferenti le nostre coscienze, o non toccare la sfera dei sentimenti, preziosa custodia di un insieme di valori altamente morali, indispensabile fondamento per una società che voglia essere giusta, civile, sana e incorrotta. Valori perciò che è necessario salvaguardare sempre e comunque, con l’orgoglio e la sana ambizione di tramandarli in eredità alle future generazioni per il loro benessere spirituale e materiale, così come noi abbiamo avuto la fortuna di ereditarli dalle generazioni che ci hanno preceduto, grazie alla loro lungimiranza e al rispetto per la tradizione.
In questi giorni, ovviamente, l’opinione pubblica è più concentrata criticamente sullo scandalo suscitato dal nostro Presidente del Consiglio, dall’alto della sua carica istituzionale. Pare, però, giunto anche il momento di riflettere seriamente su un altro tema, che non è proprio secondario. Esso riguarda la presenza del nostro contingente militare in Afghanistan, dove, malgrado il sacrificio estremo di numerose vite umane, ancora nessuno spiraglio di luce è possibile intravedere all’orizzonte. E sono già tante òe famiglie in lutto; tante le bare sbarcate a Fiumicino, avvolte nel tricolore della Patria, contenenti i corpi straziati delle povere vittime e, a seguire, i rituali funerali di Stato commemorarne la memoria; troppi i genitori, le vedove e gli orfani affranti e segnati dal dolore, lo sguardo smarrito nel vuoto alla ricerca di un futuro che all’improvviso si presenta subito incerto e nebuloso. Il tutto riconducibile al venir meno di un pilastro fondamentale della famiglia, un punto di riferimento preciso e forte, un’ancora di salvezza cui aggraparsi per superare nei momenti decisivi le dure prove della vita.
Nel caos della situazione afghana si spara e si uccide, da una parte e dall’altra, ognuna per prevalere, perché carri armati, cannoni, mitragliatrici, bombe a mano, eccetera non sono messaggeri di pace, bensì micidiali armi da guerra, concepite non per compiere missioni di pace, ma per essere impiegate nei conflitti armati, sui campi di battaglia, dove si fronteggiano formazioni militar contrapposte. Questa è la verità, il resto è demagogia e pura retorica, oppure paura di chiamare le cose con il loro nome.
Il ministro della difesa LA RUSSA, proprio in merito al ritiro delle nostre truppe dal territorio afghano, ha fatto questa dichiarazione: “Concluderemo la nostra missione quando avremo raggiunto l’obiettivo, perché è questo che conta, non i tempi previsti.” Il che vuol dire che la missione di pace potrebbe durare all’infinito, per poi passare alla storia come la “seconda guerra dei cent’anni”!
Ma al ministro LA RUSSA vorrei chiedere:
- Se l’obbiettivo è quello di ripristinare la pace, come pensa di raggiungerla se finora è fallita ogni azione militare?
- Può dirci, Sig. ministro, per curiosità, quanti figli di nostri parlamentari partecipano a quella che Lei, con ostentata convinzione, ama definire missione di pace?
- Perché, esponenti di rilievo del suo partito non mancano occasione per mettere in risalto il costo delle intercettazioni telefoniche disposte dalla Procura di Milano riguardo al caso della minorenne marocchina Ruby, mentre mai una sola parola abbiamo sentito pronunciare circa l’ingente quantitativo di denaro pubblico destinato alle varie missioni di pace, tributo di sangue a parte?
Qualcuno è andato anche oltre, ha definito quelle intercettazioni addirittura scandalose e senza precedenti nella storia d’Italia. Si ratta invero di una questione assai delicata, che ha scavato una voragine inattesa. Scandalose e senza precedenti nella storia del nostro Paese non sono le intercettazioni in sé, bensì le ragioni che le hanno rese necessarie e lo spettacolo oltremodo indecoroso che ne vien fuori, con scene ed immagini, per chi ha visto alcuni filmati, semplicemente raccapriccianti, insomma da postribolo, tanto per riprendere un termine usato dal cavaliere in una recente trasmissione televisiva. Ciò a prescindere se nella fattispecie si ravvisi o meno l’esistenza di un reato, giacché c’è ancora tanta gente che considera una condanna per comportamento immorale incline alla lussuria assai più grave di quella che può derivare da parte di un reato comune.
Ciò stabilito, concludo dicendo che, poiché anche l’Afghanistan, come ogni altro Stato al mondo, ha il diritto di esercitare la sua sovranità senza alcuna ingerenza straniera, non bisognerebbe fare altro che ritirare i nostri soldati, prima per sottrarli dal pericolo di nuove imboscate mortali e poi per dare al popolo afghano la possibilità di autogovernarsi con libere scelte, in base alla sua specifica identità nazionale, culturale, politica e religiosa.
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