Nicola D'Apolito

Di origini nobili e antiche, Nicola, ultimogenito di nove figli, nacque dal medico Francescoantonio D’Apolito e da Bartolomea Curatelo, in data ventinove marzo milleottocentoquindici. La sua famiglia dimorò a Cagnano Varano in una modesta abitazione, precisamente in una strada denominata Coppa. Sin da giovane suo padre gli trasmise l'amore per la scienza e non mancò ad insegnargli la solidarietà cristiana. In età giovanile viene presentato "magro, esile, alto e asciutto, dai lineamenti neri e dal naso marcato, gli occhi profondi" , sulla base dell’unico ritratto pervenuto ai giorni nostri. Quanto al carattere, Davide Panzetta, suo compagno di studi universitario lo descrive come "un giovine per quanto umile e rispettoso era altrettanto meccanico di natura, di carattere freddo e minuto osservatore". Compì i primi studi nella città natale, Cagnano Varano, sotto la guida del dotto sacerdote Francesco Antonio Caputo, allorché manifestò i primi segni della sua fervida creatività e attitudini per gli studi scientifici. Al termine di questo periodo, ossia dopo aver conseguito il Diploma, Nicola si trasferì a Napoli, dove visse dal 1835 al 1842. Si iscrisse alla facoltà di Medicina presso l’Università Federico II. Studente nella città partenopea non mancò di trovare occasioni di far tralucere intempestivamente il suo genio. Era la prima metà del XIX secolo, quando la scienza si orientava verso la corrente Positivista e registrava a suo carico profonde innovazioni nella chirurgia e nelle scienze in generale. All’età di venti anni, ancora prima di laurearsi, Nicola fece interessanti e vantaggiose modifiche all'apparato ad estensione permanente per le fratture dell’arto inferiore finalizzato a ridare all’arto interessato la sua normale lunghezza. Il 27 gennaio del 1838, presso l’Accademia Medica Chirurgica di Napoli, egli presentò un apparecchio da lui stesso realizzato per l’estensione continua dell’arto fratturato al collo del femore. A tal proposito è utile riportare il discorso che il professor Busacchi dell’Università di Bologna, fece in occasione della commemorazione del centenario della morte del D’Apolito, tenutasi a Cagnano Varano: "…[D’Apolito] Sottolineò solo il fatto che quando si manifesta una frattura del collo del femore il malato è incapace di sollevare la gamba. Questa poi diviene più corta e il piede è piegato fuori. Ecco quindi la necessità di apparecchi che diano all’arto la normale lunghezza e mettano i frammenti ossei nella giusta direzione". Tale apparecchio fu da qualcuno criticato e definito "mezzo di tortura" , mentre l'Osservatore e il Severino, due giornali scientifici, decantavano la validità dell’apparecchio e l’esattezza dei rilievi su studi comparati del D’Apolito.
Nel 1840, Nicola conseguì la licenza in chirurgia e iniziò la sua attività pratica, continuando a studiare e ad osservare. Analizzando e leggendo alcuni documenti arcaici, Nicola evinse che la tecnica della sutura era conosciuta dagli Egizi e, probabilmente, da altre civiltà precedenti, ma nessuna chirurgia o tecnica della sutura delle ferite era tuttavia possibile quando si trattava dell’intestino tenue. Un giorno, affacciatosi alla finestra della sua dimora, situata in Vico Purgatorio, vide una signora cucire un materasso. Realizzò, immediatamente, che quella doveva essere la soluzione adatta affinché si potesse applicare una tecnica di sutura per le ferite intestinali. Sperimentò questo nuovo metodo di sutura dapprima sui cani e presentò i risultati all’Accademia Medico Chirurgica di Napoli. La sutura del D’Apolito, in sostanza, "fa combaciare le superfici sierose dei bordi della ferita intestinale per mezzo di una specie di filzetta, le cui anse passano nella sottomucosa. Questa sutura si fa con filo continuo il quale percorre per un tratto lo spessore intestinale, parallelo ai bordi della ferita, riesce sulla sierosa e decussa l’incisione per portarsi allo spessore dell'intestino nell'opposto lato, e così di seguito per punti alterni eguali tra di loro ed equidistanti dai margini cruenti. Onde, stringendo per trazione sugli estremi del filo, i punti, si affrontano tra di loro le superfici sierose dei labbri della ferita, arrovesciandoli verso il lume intestinale". Questo tipo di sutura fu realizzata con esiti positivi nel 1841 e fu presto applicata negli ospedali del Regno di Napoli. A Nicola D’Apolito va il merito di aver ideato la sutura detta "alla materassaia”, ma che, secondo il parere del prof Busacchi, meriterebbe essere chiamata sutura "a tempo" o meglio "alla D’Apolito". Allora, D’Apolito aveva solo 26 anni. Il 2 agosto 1841, Nicola inviò all'Accademia di Francia la relazione congiunta alle applicazioni pratiche della sua ricerca. Ma la sua invenzione fu accolta con ostilità, e D’Apolito fu tacciato di plagio, essendosi, secondo il parere dei prof dell’Accademia, servito di metodi già largamente in uso. Il chirurgo cagnanese, allora, si sentì in dovere di dare un "Rischiarimento sul nuovo metodo di enterorafia", in risposta ad uno degli attacchi contro di lui: "La mia sutura non solo è diversa dalla sutura a sopraggitto del sig. Velpeau, ma non ha neppure a che fare colle numerose suture cruenti che si sono andate mano a mano da diversi autori immaginando. Essi non hanno badato al corso che ha fatto l’ago nell’attraversare parallelamente alla direzione della ferita, ben due volte l’istesso labbro della medesima, dame uno consimile all'altro labbro, un altro sul primo, e così uniformemente seguitando fino al compimento della sutura; sempre però incominciando il secondo punto dove termina il primo ed il terzo dove finisce il secondo, ecc.".
Nel suo soggiorno nella città partenopea, durato sette anni, D’Apolito divenne un bravo chirurgo, discutendo alla pari con i suoi maestri, i quali amavano intrattenersi con lui.
Nel 1842, allorché i rappresentanti della Reale Accademia Napoletana gli proposero una cattedra, Nicola la rifiutò. All'apogeo delle sue soddisfazioni, il chirurgo decise di abbandonare Napoli. Ritornò a Cagnano Varano, dove rimase fino al resto della sua esistenza, vivendo una vita di disinganni e di stenti; si dedicò al lavoro, costruendo molti apparecchi di chirurgia operatoria, alla famiglia, allo studio, alla solitudine, "rivoltato" ormai contro chi non gli aveva voluto o saputo dare giustizia.
Nel 1852 sposò Sofia Lombardi da cui ebbe tre figli: Bartolomea, Francesco e Michele. Si narra che D’Apolito di giorno visitasse i suoi pazienti, nel suo studio situato nel cosiddetto Casale, mentre di notte scrivesse.
Il 25 giugno 1862 morì, nella sua casa di campagna, dopo essersi ammalato di polmonite. I suoi resti, insieme a quelli della sua famiglia, furono raccolti in un'urna di rozza lamiera e sotterrati in una botola della chiesa di San Francesco, annessa all'ex convento dei Padri Riformati. Dopo il rifacimento dell’edificio sacro, essi hanno avuto sepoltura più degna: sono stati murati nella parete della chiesa di Santa Maria delle Grazie, dietro una lapide commemorativa.
Il chirurgo Nicola D’Apolito, viene oggi ricordato da due epigrafi: una collocata sulla facciata dell'ex municipio, che prospetta sul Corso Pietro Giannone; l'altra su quella della casa natia, oltre che dal Vico D’Apolito, adiacente al palazzo omonimo. Anche la scuola media statale di Cagnano Varano è stata intitolata "Nicola D’Apolito", in memoria dell’emerito chirurgo. Il suo cognome compare in molti trattati scientifici. Di seguito è riportato un breve elenco delle opere pervenuteci:

La comunicazione sull'apparecchio per le fratture del femore, del 1839;
La memoria sul nuovo metodo di enterorafia, del 1841;
II rischiarimento sul suo nuovo metodo, del 1841;
La memoria o relazione inviata a Parigi, all'Institute de France, del 1841.

Le sue opere e i suoi attrezzi andarono perduti, per l’incuria o anche per l'invidia, come scrive il De Monte, ma forse anche per l’incapacità del popolo cagnanese di riconoscere in D’Apolito la mente geniale che era. Alcuni cagnanesi emigrati, lontani dalla patria, sentirono il bisogno di rimediare in qualche modo al profondo buio in cui era stato avvolto l’illustre personaggio e, il 4 dicembre 1928, a Rosebank, negli Stati Uniti d’America, volendo commemorarlo, si costituirono in associazione e gli dedicarono la lapide commemorativa, collocata sulla facciata sud dell'ex municipio. Nello statuto che si sono dati, e che porta il titolo Statuto fondamentale della società cagnanese Nicola D’Apolito in Rosebank , sono riportate alcune notizie biografiche del dottore di Cagliano Varano, inventore della sutura. E’ stata ricordata la sua grandezza e al contempo la sua misera vita al suo rientro a Cagnano, dal momento che non ricevette onori, né gloria. Secondo gli associati, se studiosi e scrittori illustri avevano avuto parole di lode per D'Apolito, i cagnanesi non avevano fatto abbastanza. Gli associati chiudevano con una fervida preghiera esortando tutti i cittadini a commemorare adeguatamente il chirurgo. Sull’esempio di ciò, nel centenario della sua morte, anche il comune di Cagnano Varano gli tributava onori con un convegno ed un’epigrafe murata sulla facciata di casa D’Apolito. Sull’epigrafe è stato inciso il seguente testo:

"Questa casa dette i natali all'illustre concittadino Dottor Nicola D'Apolito 1815-1862
che battendosi con tenacia e per amore della scienza schivando gloria e onori additò ai posteri i mezzi per ascendere i gradini dell'arte chirurgica".

Una sola frase per ricordare un illustre scienziato del XIX secolo che aiutò a portare a compimento una corrente ricca di idee e di novità, come quella del Positivismo.