- Pubblicato Mercoledì, 08 Aprile 2009 19:25
- Categoria: Cronaca
- Scritto da Teresa Maria Rauzino
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Questo terremoto ci riporta alla mente un evento tragico che abbiamo vissuto tutti con grande dolore, nel novembre del 1999: il crollo di Viale Giotto a Foggia. Anche allora, un impatto forte, fisico, tangibile nella sua essenzialità tragica, era dato dalla martellante scansione, nei messaggi mediatici, di due parole chiave: "macerie, via Giotto".
I giornalisti ci raccontarono allora la storia di ciò che un tempo erano state non solo "forme squadrate, muri a piombo, spigoli ed angoli, ma ordito di vita, tessitura di giorni uguali e dissimili.
Scriveva Enrico Ciccarelli nell’editoriale de "Il Quotidiano di Foggia" del 13 novembre 1999: "Le parole, le sofisticate telecamere, sono veicoli troppo leggeri per il cronista. Non lo aiutano a sollevare queste macerie, a far loro riprendere la dimensione perduta. Solo le sensazioni possono aiutare a ridare un minimo spessore ai muri sbriciolati dell’anima. Solo percezioni sensoriali forti, sinestesie convergenti, riescono a focalizzare l’evento, a permettere agli operatori dell’informazione di raccontarlo ai lettori o agli spettatori lontani".
Queste sensazioni noi internauti/lettori/telespettatori le abbiamo percepito, nel 1999 da Foggia, nel 2002 da San Giuliano, oggi dall'Aquila.
La vista informe delle macerie ci ha trasmesso le immagini toccanti dello scenario di macerie e di vite "spezzate". Il campo visivo ci ha restituito il filmato della vita, con tutti i suoi "effetti speciali": i colori caldi, netti della salvezza, quelli freddi del silenzio mortale, "grigio che stinge ed offusca la scena, in una fissità distante", ansia senza fine.
I sapori di Viale Giotto, di San Giuliano, come quelli dell'Aquila, permeati della sapidità della polvere, "neve sottile che imbianca la scena", hanno fatto respirare ai soccorritori la sconfitta: somatizzata nel "groppo in gola", che neppure la solidarietà è riuscita ad eliminare: la sosta ristoratrice diventa momento di riflessione amara, restituendo il sapore della prima amara medicina della vita.
Il fumo debole, ma acre e freddo di Viale Giotto, allora coprì irrimediabilmente le esalazioni rassicuranti dell’onnipresente zuccherificio, miscelati agli odori tipici della Foggia provinciale e popolana: sapone di Marsiglia, sentore di cavolfiore, di caffè forte.
La polvere dei calcinacci di San Giuliano soffocò crudelmente i "dolcetti" e gli "scherzetti" di Halloween dei piccoli angeli del 1996. Volati, non da soli e spaiati, ma tutti insieme, verso le "eterne dimore". Come le anime dei morti dei racconti dei nostri nonni. Sensazioni tattili ci hanno portato, allora come oggi dall'Aquila, a percepire muri disintegrati, gesti generosi compiuti senza risparmio da mani ferite, unghie sbrindellate da una frenetica illusione, in febbrile ricerca.
Le mani hanno afferrato dure pietre, vetri e metalli aguzzi… toccando improvvisamente "l’incongrua, improvvisa morbidezza di un peluche abbandonato", per infine scontrarsi con la "scabra ruvidezza" di nere incerate, buio della "disperazione senza conforto".
Ci comunica una forte angoscia il freddo mortale delle bare, ieri nell’anonimo Palasport di Foggia e di San Giuliano, oggi dall'hangar dell'Aquila squassata continuamente dallo sciame sismico di intensità vicina alla scossa distruttrice. Sensazioni uditive ormai labili, allora in Viale Giotto, ieri a San Giuliano,oggi all'Aquila.
Poche parole, parole seguite da repentini scoppi, ruspe mordenti, stridere di schegge, scricchiolii di frantumi, un cane uggiolante la propria impotenza. Agli applausi per i primi successi, per le vite "rubate" alla morte, si è sostituita la concitazione di speranze disilluse.
La fissità dello sguardo dei parenti di tante vittime, impietriti in un dolore senza conforto. Un dolore scandito dall’"assordante silenzio" di una frase, al tramonto di una fredda giornata primaverile.
Una frase, apparentemente banale, pronunciata da qualcuno subito dopo il terremoto: "Certamente non è Dio che fa i calcoli del cemento dell'ospedale e della Casa dello studente, o fa le strade o i ponti o le altre cose che crollano!".
Questa frase ci mette tutti "spalle al muro"! Ci impone di cambiare!
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