Il ruolo dei giovani nel Risorgimento
- Pubblicato Domenica, 22 Maggio 2011 10:21
- Categoria: Il blog di Leonarda Crisetti
- Scritto da Leonarda Crisetti
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Michele Cammarano, La carica dei bersaglieri a Porta Pia 1871, Olio su tela
(Napoli, Museo di Capodimonte)
9 maggio 2011, Vico del Gargano, Liceo classico “P. V. MARONE”
Il “compito” mi è Stato assegnato dai giovani della’associazione Schiamazzi di Cagnano Varano e della Consulta provinciale di Capitanata. Per svolgerlo, sono partita da queste domande: “I giovani hanno preso parte al Risorgimento? Se si, quale ruolo hanno svolto? Per dare una risposta provvisoria ai suddetti quesiti, ho navigato in rete, ho sfogliato manuali di storia ed potuto verificare che l’idea di unificare l’Italia è stata anzitutto un sogno giovanile, come confermano i volti dei protagonisti del Risorgimento, le loro date di nascita, la partecipazione agli eventi che li hanno consacrati alla storia.
In seguito sono andata alla ricerca dei ruoli svolti dai giovani nel periodo storico chiamato Risorgimento, che coincide con quel processo di graduale scoperta e di affermazione della nostra identità nazionale, di rinascita culturale e politica, di riscatto da una condizione di subordinazione e di decadenza, a mio avviso non ancora compiuto, senza tuttavia mancare di rispetto alla identità di popoli “altri”.
Ho infine scoperto che i giovani hanno assolto diverse funzioni e precisamente di: incubatore, pianificatore, milite, vittima, catechista, avanguardista, comunicatore, sentinella della giustizia, controllo dello Stato, spina nel fianco dei governi, promotore dell’associazionismo, sensibilizzatore dell’opinione pubblica, amplificatore del disagio sociale, capro espiatorio.
Le medesime funzioni svolte dagli avanguardisti di oggi, che fortunatamente non mancano.
Sono stati i giovani come Monti, Alfieri, Foscolo, Berchet, Leopardi, Manzoni, Verdi, che per primi, in ordine di tempo, hanno infiammato gli animi e la coscienza nazionale.
L’“Ortis” di Foscolo si struggeva perché “il sacrificio della Patria era consumato”, dopo che Napoleone aveva ceduto Venezia agli austriaci.
Giovanni Berchet era del parere che la letteratura italiana dovesse svecchiarsi e promuovere la coscienza civile degli italiani.
Vittorio Alfieri riteneva che la poesia dovesse essere utile ad educare ai valori della libertà, della Patria, dell’eroismo.
Carlo Porta fu apertamente avverso alle sopraffazioni e alle dominazioni straniere. Verdi nel Nabucco volle sottolineare il disagio di un popolo schiavo.
Pisacane ritenne di dovere affiancare al problema dell’unità quello della questione sociale.
Dalla fase di “incubazione” e “germinazione”, si è passati a quella”ideativa”, che ha visto scendere in campo i teorici della forma di governo da conferire all’Italia: Giuseppe Mazzini, Vincenzo Gioberti, Cesare Balbo, Carlo Cattaneo e Giuseppe Ferrari.
E se ai giovani letterati e agli artisti ho pensato di assegnare il ruolo di terminatore per il fatto che concorsero a far nascere l’idea di patria, ai teorici avrei potuto attribuire il compito di pianificatore, dal momento che questi si soffermarono su come fare ri-sorgere non lo Stato italiano – che prima del 1860 non era mai Stato unito - ma il popolo, le cui origini alcuni fanno risalire persino al tempo dei Comuni.
Questi giovani patrioti, però, non dobbiamo figurarceli abbarbicati sulle posizioni originarie, ma con il pensiero in divenire. Mazzini, ad esempio, cominciò a soffrire per i coscritti sin da giovinetto, entrò poi nella Carboneria nutrendo fiducia persino nel re Carlo Alberto, sposò infine l’idea dell’Italia repubblicana senza più abbandonarla, ritenendo che la sovranità fosse stata conferita direttamente da Dio al popolo, affinché questo fosse libero, uguale, fratello. Per tale motivo, nel 1831, fondò la Giovine Italia, contando molto sulla presenza giovanile, e due anni dopo, pensò all’Europa dei popoli.
Vincenzo Gioberti, per contro, inizialmente strinse legami con la Giovane Italia, poi fu moderato neoguelfo e con il Primato morale e civile degli italiani fece nuovi proseliti tra le forze cattoliche liberali, per condividere infine il moderatismo cavouriano.
I giovani Carlo Cattaneo e Giuseppe Ferrari sono stati fautori dell’anima federalista del Risorgimento. Entrambi, rifiutando il modello di Stato accentrato sardo, concordarono sulla necessità di costruire piccoli stati alleati in grado di assicurare la più ampia autonomia agli stati regionali, date le loro condizioni molto diversificate e il bisogno di non dare forti scossoni allo Stato costruendo.
Il Risorgimento fu dunque la risultante di diverse forze e vide fautori soprattutto i giovani che si alimentarono degli ideali afferenti alle differenti proposte dianzi accennate. I risultati delle loro azioni si manifestarono nel biennio 1859- 1860, allorché scesero in campo altri due importanti personaggi del Risorgimento: lo statista e moderato Camillo Benso conte di Cavour, primo ministro del regno di Sardegna, e il democratico Giuseppe Garibaldi, che aveva dato prova di sé già nei moti mazziniani. Diplomatico e pianificatore il primo, passionale, uomo d’azione e comunicatore il secondo, il quale ritenendo che, senza un esercitò, sarebbe saltato il progetto dell’unità d’Italia, si accordò con “il tessitore”.
Tra i giovani liberali protagonisti del Risorgimento ho trovato anche nomi di cittadini garganici. Ve ne presento due del mio paese, Cagnano Varano, che partecipano ai moti carbonari e alla insurrezione antiborbonica del 1848: l’avvocato Antonio Palladino e il medico Antonio Giornetta.
Antonio Palladino sarebbe stato “infiammato dagli stessi ideali del Pellico, del Maroncelli, di Santorre di Santarosa, dei Fratelli Bandiera e di tutta la gioventù intellettuale del suo tempo”. Egli avrebbe cospirato con efficacia per l’unità e l’indipendenza della Patria. “Ricercato dal governo borbonico, fu costretto a riparare di qua e di là e a vivere di espedienti. Processato e condannato in contumacia, fu miracolato se non finì sul patibolo.”
È stato comandante della guardia nazionale durante la seconda guerra d’indipendenza e, subito dopo l’unità, insieme ad Antonio Petruzzelli – altro notabile del tempo - fu capo della milizia cittadina, incaricata di distruggere il brigantaggio e di raccogliere fondi per estirparlo. Qualche anno dopo, però, la famiglia Palladino si vide distrutta l’industria di animali proprio dal brigantaggio.
Antonio Giornetta, carbonaro, processato a San Severo nel maggio del 1850 come “autore di voci tendenti a spargere il malcontento contro il Real Governo nel 1848”. “Una notte" - narra il mio informatore - "le guardie circondarono il palazzo Giornetti, fuori le mura del centro storico, accanto alla chiesa di San Cataldo. Il dottore Antonio, in vestaglia, raggiunse l’orto retrostante e, inoltrandosi nella grotta che si allungava sotto le abitazioni, raggiunse via dei Carrozzieri. Dopo di che, a piedi, riuscì a trovare riparo presso i parenti di Carpino".
In seguito alla denuncia, sentendosi in pericolo, il medico si allontanò dal Gargano e si nascose qua e là nel subappennino dauno. Per campare si arrangiò, vendendo sapone, nastri e altre piccole cianfrusaglie, finché finì casualmente in casa di un avvocato di Lucera, molto preoccupato perché sua figlia era affetta da malaria, una malattia sconosciuta in quel posto ma ben nota a Cagnano.
Il dottore Giornetti ne individuò presto i sintomi e curò la giovane, guarendola e perciò meritandosi la riconoscenza dell’avvocato, il quale assunse la sua difesa nella causa, che fu celebrata a San Severo. Esempi che attestano i ruoli di milite e di vittima dei giovani risorgimentisti, dato che combatterono contro i sovrani conservatori e furono perseguitati dalle forze di polizia.
Se per Risorgimento intendiamo quel periodo storico che si chiuse geograficamente nel 1870 con la presa di Roma, non possiamo tacere di un gruppo di giovani napoletani nei quali mi sono imbattuta mentre cercavo di approfondire la conoscenza di un personaggio storico di Cagnano.
Gruppo eterogeneo per provenienza ma pressoché omogeneo per estrazione socio-economico-culturale, figli della borghesia, costituito da giovani dinamici, informati, ostinati, inizialmente pieni di fervore verso Mazzini e Garibaldi, i figli di terza generazione del Risorgimento.
Nel 1866, detti giovani aderirono all’associazione Libertà e Giustizia, fedele alla rivoluzione nazionale e a una democrazia avanzata e appoggiarono Il Popolo d’Italia, giornale di matrice mazziniana. Nel 1867 soccorsero la stampa indipendente, così protestando contro la “morte del pensiero libero”.
Nel 1869: promossero manifestazioni in diverse città italiane in qualità di patrioti repubblicani insoddisfatti; protestarono contro la “tassa sul macinato” e sul sale; espressero solidarietà a Lobbia, deputato di Sinistra, che ebbe il coraggio di denunziare la corruzione dei deputati del neonato Regno, che promettendo gli “zuccherini” davano già prova del trasformismo; sostennero l’Associazione giovanile “Razionalismo e Socialismo” , anche questa “con arme repubblicane”; aderirono all’ “Anticoncilio” dei Liberi pensatori di G. Ricciardi, che si propose come scopo principale la separazione del potere spirituale della chiesa da quello temporale; si associarono all’Internazionale dei lavoratori napoletana, la prima sezione in Italia, che ascese subito a oltre tremila iscritti.
Gruppo che contava diversi cittadini garganici allora studenti all’università di Napoli: Carmelo Palladino, Luigi Pepe, Antonio Fini di Cagnano, Giuseppe Bramante di Carpino, Luigi Bramante di San Giovanni Rotondo, gran parte dei quali iscritti alla facoltà di giurisprudenza. Sarà solo un caso?
Il dato è interessante perché smentisce l’idea che per lungo tempo ha voluto il Gargano isolato e arretrato, soprattutto alla luce del fatto che i tre giovani del gruppo (Palladino e i due Bramante)- nel denunciare-informare - difendere – non svolsero un ruolo gregario ma di primo piano.
All’animosità culturale napoletana faceva contrasto il degrado materiale della popolazione, che acuì nei primi anni dell’Unità a causa dell’elevato costo della vita, dell’incremento della disoccupazione, dei licenziamenti, della chiusura di alcune fabbriche e dello spostamento di altre.
Napoli soffrì molto il passaggio da ex capitale borbonica - il cui Regno non era all’ultimo posto tra quelli del tempo-, a città declassata del Mezzogiorno, dato che gli investimenti del neonato Regno furono effettuati al Nord.
Alla miseria della plebe intese dare voce il gruppo dei giovani mazziniani, che aveva partecipato ai moti e alle insurrezioni per vedere affermato insieme all’ideale della repubblica quello della libertà, e che era rimasto deluso dall’esito monarchico, moderato e centralistico del processo di unificazione. Accadde perciò che alcuni elementi di tale gruppo pensarono di mettere in primo piano la questione sociale, di andare “oltre il Risorgimento” patriottico, per realizzare il Risorgimento dei popoli.
Un ritratto di Carmelo Palladino, rivoluzionario Cagnanese
L’assottigliamento delle file repubblicane, fu comunque l’esito di una costante azione di propaganda, di quell’indottrinamento che vide fautore soprattutto uno dei giovani garganici già citati: Carmelo Palladino, quello che, tra il 1870 e il 1871, fece più proseliti. Egli, nativo di Cagnano Varano (Fg), all’età di 27 enne, già avvocato, è ricordato tra le note d’archivio come “il catechista più affaccendato”. Il suo fidente, l’amico che gli restò fedele per tutta la vita, fu un suo coetaneo e vicino di casa, Giuseppe Bramante, figlio di Marino, a Napoli per frequentare però il corso di medicina.
Tra il 1869 e il 1870, Palladino fece amicizia con il giovane Gustave Flourens, altro repubblicano, che pensando di vivere in un mondo senza confini, partecipò all’indipendenza di Creta, a quella italiana e alla rivolta francese. Arrestato e processato in Italia, corse poi in Francia a difendere la Comune di Parigi (1870-1871), trovandovi la morte, dopo avere scritto Parigi ceduta, opera tradotta da Carmelo Palladino nel 1871, affinché gli italiani comprendessero il valore storico dell’insurrezione del proletariato parigino.
Giovani sognatori- questi intellettuali - diversi dai borghesi moderati più adulti, per i quali l’unità era legittimata soprattutto da motivi economici: il bisogno di avere leggi migliori per conquistare mercati, vendere merci senza dovere pagare tanti dazi doganali, realizzare infrastrutture per agevolare gli scambi. E mentre alcuni di questi giovani idealisti morivano sul campo, altri furono perseguitati e arrestati, privati della libertà, la borghesia agiata fu la vera vincitrice del Risorgimento.
A Napoli, questi giovani furono molto sensibili agli “eccitamenti lasciati da Michele Bakunin”, una specie di mito, un dissacratore e un innovatore,
.…“il barbaro del Nord, senza Dio e senza Patria, senza rispetto per nessuna cosa sacra”, “l’uomo che aveva portato … un soffio d’aria salubre, che aveva aperto gli occhi della gioventù che lo aveva avvicinato sopra nuovi e vasti orizzonti”.
Così scrisse di lui il giovanissimo Errico Malatesta, introdotto al socialismo dall’avvocato Palladino e che perciò abbandonò gli ideali mazziniani.
Nello stesso anno [1870] il nostro Carmelo introdusse al socialismo anche l’avvocato Carlo Cafiero, nativo di Barletta, un giovane idealista amico di Engels, che dilapidò il patrimonio familiare per la causa dell’Internazionale, e che, insieme al gruppo, – ad un certo punto del viaggio - non condivise più il concetto di ”unità” di Mazzini:
. [ …] il povero vecchio non puote comprendere che egli ha fatto il suo tempo, che il suo concetto di unità e libertà nazionale – grande al suo tempo - impallidisce ora come la luce di una candela innanzi alla luce del sole, venendo paragonato al sublimissimo concetto dell’unità, o meglio unione di tutti i popoli nella nuova organizzazione sociale che avrà per base l’uguaglianza conseguibile solo mediante l’emancipazione del lavoro dalla tirannia del capitale....
Giovani che svolsero anche il ruolo di amplificatore del disagio sociale vissuto dalla plebe del Mezzogiorno, una miseria che affondava le radici nei passati governi Spagnoli e Borbonici e che continuava ad essere alimentata dacché era al governo Vittorio Emanuele II.
Per difendere i diritti della plebe, questi giovani ricorsero alla propaganda e all’azione, così richiamando su di sé l’attenzione delle forze di polizia, le quali stettero loro con il fiato sul collo, senza tuttavia fiaccarli, dato che essi non rinunciarono alla lotta contro le disfunzioni del neonato regno d’Italia neanche quando rientrarono nei loro paesi e città, svolgendo il ruolo di “agitatori” e di “sensibilizzazione dell’opinione pubblica”.
Giovani che, inizialmente impegnati per fare la repubblica e non essendovi riusciti, si rivoltarono contro il nuovo Stato decisamente patrigno soprattutto verso il Mezzogiorno, condividendo l’ideale di dovere formare la grande famiglia umana, senza classi e senza autorità, dove tutti i cittadini fossero stati al contempo mente e braccia.
Giovani che fecero adepti inizialmente tra gli artigiani (sarti, cappellai, barbieri …): i più pronti ad accogliere gli appelli del gruppo probabilmente perché, assenti la televisione e internet, la loro bottega fu il luogo della trasmissione e della comunicazione per eccellenza.
Giovani che svolsero il ruolo di “faro”, poiché le loro azioni furono tuttavia utili ad orientare il popolo verso la giustizia e la “libertà di …” e la “libertà da …”. E non solo quello italiano, perché la libertà di pensiero, la libertà dal bisogno è trasversale a tutti i popoli. Per tutto ciò, essi svolsero anche la funzione di “capro espiatorio”, perché furono accusati anche di atti di cui non erano stati responsabili.
I giovani di cui ho parlato, in ogni caso, costituivano la minoranza, proprio come ai nostri tempi. Accade infatti anche oggi di vedere giovani, garganici e non, impegnati socialmente e politicamente - i promotori di questo incontro ne sono un esempio -.
Giovani avanguardisti anch’essi, nel senso che anziché chiudersi nel proprio individualismo, guardano al futuro e al benessere dei popoli, perché preoccupati dalle sofferenze del pianeta e dell’umanità.
Giovani che, come ieri, si mobilitano per promuovere incontri, organizzare proteste, raccogliere firme, contro le trivellazioni petrolifere nel nostro mare, contro il nucleare, contro la violazione dei diritti umani, contro la privatizzazione dell’istruzione e dell’acqua...
Giovani che, come ieri, hanno il potere di sensibilizzare l’opinione pubblica e di orientare i governi.
Giovani compresi in quella fascia della vita umana ritenuta fragile che si va ispessendo anche a causa delle scelte politiche che li vogliono a scuola fino a trent’anni, così ritardando insieme al loro inserimento nel mondo del lavoro, il loro riconoscimento.
Giovani di cui, per la loro inventiva, per la capacità di sognare e di mobilitare risorse, non possiamo che essere fieri, perché consentono alla società di rinnovarsi.
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