"Le caste" di Carmelo Palladino

A Napoli nel 1872 Palladino scrive “Le caste” un saggio in cui Carmelo Palladino, dà conto della sua formazione positivista e internazionalista molto attento alla "questione sociale", intesa come emancipazione della plebe, la parte più numerosa e povera della popolazione e della donna, un soggetto senza diritti. Egli vi tratteggia con efficacia la società italiana stratificata così come si presenta negli anni dell’Italia pre e postunitaria, quelli della transizione tra i governi Borbonico e dei Savoia, quando il potere è ancora in mano alle caste dei preti, dei nobili e degli emergenti “galantuomini”, i quali trattano la plebe, peggio degli schiavi Sudra.

Le caste

In apertura del saggio Carmelo Palladino riflette sulla triste condizione dei popoli orientali, le cui società sono stratificate, fondate sulle “caste”, “né più, né meno che le diverse classi sociali, in cui quei popoli erano gerarchicamente divisi”.
Al primo posto erano i Brahmini, sacerdoti depositari del sapere nati dalla testa di Brahma, al secondo gli Scetria che, nati dalle braccia, erano predisposti a fare i guerrieri, alla terza i Vasia, artigiani che avevano il compito di trasformare la materia prima prodotta dall’ultima casta, i Sudra o schiavi che “surti dai piedi, servivano all’uso stesso, a che oggi servono i buoi, e gli altri animali; erano cioè l’istrumento, con cui la terza classe elaborava i prodotti, che divorava insieme con le altre due”.
L’avvocato cagnanese si sofferma poi sulle condizioni prodotte dalle disuguaglianze sociali, tra cui il rispetto del principio dell’autorità discendente che “ mentre esimeva da ogni responsabilità i sacerdoti, negava completamente la personalità del Sudra.” “Difatti potea benissimo il Brahmino fare gli occhi dolci alle figlie dei guerrieri; potea menarle spose, ed esse doveano reputarsi onoratissime di essere elevate a tanta altezza [...]. Del pari un guerriero potea scegliersi un’amante, od una moglie tra gli artigiani; e tutti insieme cercare tra gli schiavi se qualche fiore smarrito fosse in tanta abbiettezza germogliato. Ma guai se si fosse voluto seguire l’ordine inverso, ed il componente una casta inferiore avesse levato gli occhi, ed aguzzato il desio verso le beltà che risplendevano nelle superiori. Era questo un delitto da pagarsi col capo”.
Condizioni tristi che tuttavia si rinnovano senza dubbio anche nel nostro tempo e nella nostra società - considera Palladino - che scrive nel 1872- , nonostante filosofi, politici e pensatori si facciano sostenitori dell’uguaglianza. La penna del giurista si fa sferzante nel descrivere il comportamento degli intellettuali, che pensano soprattutto a gozzovigliare nei propri studi senza osservare da vicino l’umanità probabilmente perché “il lezzo dei cenci avrebbe offeso le loro delicatissime nari”. Teorici che “rimpinzati fino al gozzo di squisite vivande, colle guance rosse dallo champagne, tra un globo e l’altro di ceruleo fumo del prediletto avana, chiusi in fondo dei loro gabinetti spifferano sentenze sul progresso umano”.
È, dunque, vero l’opposto- commenta Palladino, dato che “i sacerdoti, i nobili, i ricchi […] stretti insieme da identici interessi formano una sola e terribile casta”. Casta “ladronaia” che fa appello a un “Essere assurdo e insussistente” per fondare potere, scienza e ricchezza, per “tutto infeudare”. Casta presente nei parlamenti e nelle scuole, e che “sfrutta dovunque il lavoro del proletariato”.
Espressioni e idee in cui echeggiano insieme le idee in materia religiosa dell’anarchico M. Bakunin e quelle dei conflitti sociali di K. Marx, anche se l'avvocato garganico tenderà a differenziarsi dai socialisti marxisti. Pur non misconoscendo i caratteri della società europea e del mondo, Palladino sembra però additare soprattutto la società statica e stratificata del Mezzogiorno d’Italia, dove l’industrializzazione è pressoché assente e non è nato di conseguenza il proletariato urbano, il Sud d’Italia dove le disuguaglianze sono più accentuate. Riferendosi alla stratificazione sociale non utilizza il termine di “classe” ma quello più forte e più chiuso di “casta”, dato che nel neonato regno sabaudo non c’è mobilità sociale.
Come nella società orientali, quindi, anche nel mondo occidentale - argomenta Palladino - sono ben quattro caste. La prima è costituita da proprietari - galantuomini, la seconda - simile a quella dei guerrieri - è fatta da uomini scelti tra il popolo, che “eseguono, con la rapidità di un fulmine, e con strage inaudita, gli ordini dei primi [sacerdoti, nobili, ricchi]. Seguono: la casta degli “intraprenditori” e “capifabbrica” e, infine, quella degli operai, miseri e infelici lavoratori che, simili ai Sudra, coltivano i campi”, e che, strumenti in mano ai capitalisti e ai proprietari, sono “destinati a produrre per il ricco, e morirsi di fame”.
Dopo avere individuato analogie e differenze tra caste indiane e caste europee, C, Palladino avvicina lo zoom alla realtà italiana, arricchendo lo scenario delle figure del reverendo “affatto irriverente” al cui cospetto è costretto ad inchinarsi il lavoratore, o quella del “paffuto borghese, che, sdraiato in cocchio fastoso, rompe la folla col petto dei suoi cavalli”, costringendo tutti a fargli ala, o ancora della “gran dama che, sepolta nei suoi velluti, aggrinza le nari e s’irrita, e sbuffa incollerita se solo un monello o una cenciosa figlia del popolo le passa dappresso”.
Palladino ironizza contro questa “la gran dama”, “costretta dai bisogni del lusso a menar seco una donna”, che la serva “da mane a sera”, cha faccia da balia al suo bambino, che “invan cercherebbe alimento alle inaridite poppe materne”. Critica la condizione del “povero diavolo di un contadino, che pria di mettere piede sulla soglia del suo signore, deve abbassare il cappello, e presentarglisi come una statua, pronto ad essere caricato di nobili villanie, e rotolato giù per le scale, se per poco gli dà del Signor invece dell’Eccellenza.”
Contesta la asimmetria dei rapporti sociali, presente nelle società indiane come in quella dell’Italia postunitaria, laddove è lecito “al signorino ricco adocchiar le figlie del proletario, per sedurle, insidiarle così stampando sulla loro fronte ‘la nota dell’obbrobrio e del disonore’, senza sposarle perché sarebbe stato uno scandalo, un’offesa alla ‘maestà del rango’”. Diversamente dalle società orientali, però, da noi “popoli liberi e civili”- commenta il giurista - non è permessa nemmeno la mobilità discendente, per cui il figlio di un ricco non può condurre in sposa la figlia di un povero. Abominevole, poi, è considerato il comportamento del “cencioso” o dello “straccione”, dello spiantato uomo del volgo, che osi volgere lo sguardo “a qualche Dea del mondo borghese”. Quello delle caste – conclude Carmelo Palladino- non è dunque un mondo di storica reminiscenza.
Analizzate le condizioni sociali del tempo, il saggio prosegue individuando le conseguenze nefaste  di questo ordinamento, sia sugli uomini borghesi, che avrebbero dovuto fare innamorare con la maschia e florida vigoria dei loro vent’anni, e che invece “te li vedi lunghi e stecchiti, "pallidi e scarni”, “scheletri ambulanti” o “ombre di uomini, sia sulle donne “fantasime” al posto di giovani, “fiori nati, e fatti crescere allo scuro”,“la cui principale preoccupazione è imbellettarsi per coprire la propria laidezza”. Donne che discorrono “di spilli, di frangie, dell’ultimo figurino”, incapaci di pronunciare un pensiero partorito con la propria testa, “ché il fosforo cerebrale si è quasi completamente diluito”. Donne “nelle cui vene scorre linfa anziché sangue”. Donne “con il cuore incapace di battere per potenza di amore”, che vivono aspettando un marito che sia del proprio rango, “fanciulle trilustri” che studiano “indarno di eccitare l’assillo d’amore in un podagroso ed agghiadato ottuagenario”. I matrimoni di questa casta anziché fondarsi sull’affetto, sono “contratti di compravendita” volti a prendere atto della “contezza del rango di entrambi”.
Riflettendo la mentalità del tempo impregnata di positivismo, egli è convinto che i matrimoni intercasta farebbero bene all’umanità, rinnovandola di sangue nuovo, e si meraviglia come i borghesi vadano contro l’“istinto di conservazione” della specie. Per conservare il prestigio e fare rivivere le caste orientali, dunque - commenta il nostro avvocato che sia autodefinisce "socialista-petroliero”,- i ricchi vanno contro la propria felicità. Ecco le sue argomentazioni in merito. “Né siamo soltanto noi socialisti -petrolieri, che ciò sosteniamo. La scienza medica, quell’istessa scienza privilegiata, che dai borghesi s’impartisce, non può fare a meno d’insegnare, che quando il sangue delle varie classi non si rimescola e confonde insieme, la generazione, la specie deperisce e sen muore; o che quando una classe è minacciata da anemia e cachessia, non vi è per lei altro mezzo, che ritemprarsi, se pure n’è in tempo, nelle calassi robuste, o vivificanti, o sparire”.
L’analogia uomo-bestia prosegue quando Palladino considera che mentre il borghese si adopera tanto per “ingentilire le razze dei suoi cavalli, trascura la propria [razza]; esecra, calunnia, imprigiona, stermina chi tenta in quei corpi fossilizzati infondere nuova vita e nuovo vigore!”
Una lunga premessa, in cui posta la tesi costituita delle caste indiane, esaminata l’antitesi rappresentata dal riscontro della presenza delle “caste” nelle società occidentali, si passa infine alla sintesi, ricomposta nell’ideologia dell’Internazionale socialista volta ad abolire i mali della stratificazione e della disuguaglianza sociale attraverso la cancellazione delle classi e l’istruzione integrale dei cittadini di entrambi i sessi. Soppressa ogni barriera tra i popoli, eliminata ogni differenza tra ricchi e poveri, tra nobili e plebei, rimarrebbe la sola classe  dei produttori. Anche i matrimoni non sarebbero più combinati ma il risultato di scelte dettate dall’amore. Allora sì che il mondo si popolerebbe di uomini felici, maschi e vigorosi, perché appagati e non prodotti di sangue “infetto e micidiale”.
Cancellata la proprietà, bisognerà rinvigorire i giovani novelli con un’istruzione adeguata e un lavoro dignitoso. Quest’ultimo non dovrà impegnare l’uomo per 14 o 15 ore, rendendolo persino inferiore al bruto, dato che “se al bruto si dà almeno buon foraggio e qualche ora di riposo, l’infelice lavoratore deve compiere inesorabilmente la sua giornata, e spesso dormire a stomaco vuoto”. Bisogna inoltre che il lavoro manuale si accompagni a quello intellettuale, per mantenere la mente allenata e non far spegnere la creatività:
“Il lavoro materiale sviluppa in preferenza le forze fisico-muscolari, ma le estenua, infievolisce e spegne la forza intellettuale in guisa, da non farne più travisare le traccie. Oltre di che esercitato così infamemente come oggi, e spesso nelle condizioni sopra accennate, riesce micidiale per lo stesso organismo; perocché lo prostra e lo abbatte, che molte fiate il misero agricoltore specialmente cade nel solco, che bagna col suo sudore”.
Anche il lavoro della mente deve ricongiungersi a quello fisico, per dare vigore alla stessa teoria. La scienza del tempo, a suo parere, produce un sapere astratto e poco utile, che uccide le forze fisiche: e di fatti, qual differenza tra un montanaro dall’atletiche forme, ed un azzimato professore universitario! Se il primo abbrutisce il corpo, la seconda, composta com’è di un apparato di nebulosi sofismi, e di vacue ciancie, imbestia il pensiero; se il primo dà bruti, la seconda fornisce teste, che vanno sempre a galla, perché del sughero più leggere; e mentre entrambi dovrebbero essere i fattori del benessere e della civiltà umana; l’una cerca di soggiogar l’altro, e l’altro è costretto a ribellarsi contro l’una”.
Teoria inutile e pratica massacrante, scienza e lavoro, sin qui divisi sono invece destinate a stringersi la mano, perché aiutino l’uomo a migliorare le proprie condizioni materiali e morali.
“Ora questo fortunato connubio sarà stretto in avvenire; la scienza scendendo dalle nuvole, dove ora la si sospinge, non sarà altro, che il complesso di tutte le più utili conoscenze, le quali applicate al lavoro possano aumentare la misura dell’umana prosperità morale e materiale; ed il lavoro compenetrato delle scientifiche conoscenze, ed esercitato per cinque ore al giorno, mentre da un lato basterà ai bisogni umani, sarà dall’altro una proficua ginnastica per fortificare le membra dei lavoratori, che è quanto dire di tutta l’umanità. Né vale le obbiezioni dei cianciatori di economia, che cioè diminuendo le ore di lavoro, decresce la ricchezza e la prosperità di un popolo; poiché dovrebbero ricordare il detto di Franklin, che se tutti gli uomini lavorassero, basterebbero due ore di lavoro al giorno per produrre quello, che ora si produce in quindici.” Le tesi socialiste però non sono condivise dai governi: “l’Internazionale, che sì utili rimedi propone, è proscritta dai re, dai ricchi, e dai poltroni. I preti l’anematizzano; i governi di tutti i colori convengono, e s’intendono sulla scelta dei mezzi per schiacciarla, distruggerla, estirparla col ferro e col fuoco d’in sulla terra; ed i borghesi non potendo far altro, l’odiano a morte. Ma contro tant’ira, tant’odio, e tanta persecuzione, l’Internazionale sta; poiché essa è l’espressione vivente dei bisogni del popolo, ed il popolo non muore”. Palladino ottimista nel progresso sociale e nel sapere positivista, afferma:
“Se le sue massime [dell’Internazionale], o privilegiati, non vi persuadono, se i suoi consigli non vi talenta di seguire, né d’imitare l’esempio che essa vi porge, tal sia di voi. Il proletario non vi teme. Egli ha con sé il numero e la forza, voi l’infingardaggine e la paura; egli la vigoria del braccio sviluppata dal lavoro, voi la fiacchezza, la corruzione, la morte, frutti del vostro lusso, e del vizio in cui poltrite. Avevate per voi il sapere; ma anche questo è più utile, più serio, più positivo, comincia a filtrar nelle masse diseredate. Per liberarsi di voi tutti non è mestieri usare violenze; voi stessi v’incamminate a gran passi verso il vostro tramonto. Che se il lezzo del vostro sfacelo riuscisse insopportabile e dannoso, oh! Nemmeno per questo vi temerebbe il proletariato; poiché, grazie alle vostre scoverte, egli possiede liquidi ed elixir tanto perfetti, da potere in breve ora, con minima spesa, e con certissima riuscita, purificar l’atmosfera, e procacciarli lo spettacolo di una grandiosa luminaria! Dunque scegliete: o non più caste; o le caste saranno la vostra tomba!”. Da un lato, il tempo sembra avere dato ragione al Palladino: i figli dei galantuomini infatti hanno dovuto cedere il passo ai figli del popolo, ma le “caste” sono davvero estinte? Da un’attenta lettura della realtà, della carta stampata, delle note di Internet, si evince che gli “intoccabili” esistono ancora: si chiamano funzionari politici, dell’editoria, della sanità, delle banche.