“Risorgimento Garganico”, il nuovo volume di Leonarda Crisetti Grimaldi
- Pubblicato Mercoledì, 21 Dicembre 2011 11:46
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Il nuovo volume di Leonarda Crisetti Grimaldi sul “Risorgimento Garganico” verrà presentato a Cagnano Varano e a Carpino durante le feste di Natale
.Da 150 anni ci raccontano di un Meridione liberato dai Savoia per portarvi la libertà, la giustizia, il progresso.
Queste novità arrivarono nel Gargano? Leonarda Crisetti Grimaldi, in questa ricerca sul “Risorgimento Garganico. Il caso di Cagnano”, documenti alla mano, risponde a questa domanda, evidenziando i forti limiti che segnarono la transizione tra vecchio e nuovo governo.
La sua ricerca ha il pregio di fare luce sulla vita di un piccolo paese del Gargano, che emblematicamente assurge a significativo spaccato dell’Italia del Sud nei primissimi anni della vita unitaria, mettendo in rilievo una serie di fatti che aprono un nuovo, interessante squarcio nel trionfalismo nazionalistico di facciata.
Il Risorgimento Graganico, il caso di Cagnano [Bastogi]
Il 27 dicembre 2011 alle ore 16,30 a Cagnano Varano, presso l’Auditorium del Liceo Scienze Umane e Linguistico "Generoso de Rogatis" si terrà la presentazione del volume di Leonarda Crisetti Grimaldi “Risorgimento garganico. Il caso di Cagnano” (edizione Bastogi).
Interverranno:
- Antonio Pepe (Presidente della Provincia di Foggia);
- Antonio Scalzi (Dirigente scolastico Liceo Scienze Umane e Linguistico "de Rogatis");
- Matteo Siena (Società di Storia Patria per la Puglia);
- Teresa Maria Rauzino (Società di Storia Patria per la Puglia);
- Carla d'Addetta ( Presidente dell'associazione "Il Gargano Nuovo”);<(li>
- Maria Rosaria Vera (Lettrice);
- Gruppo folk "Le Gemme del Gargano";
- Leonarda Crisetti Grimaldi (Autrice del libro, Società di Storia Patria per la Puglia)
Fortuna e resistenza del culto micaelico nel Gargano
- Pubblicato Venerdì, 21 Ottobre 2011 20:50
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Entrata della Grotta di Cagnano Varano con squilla
Le due direttrici agiografiche
Il culto micaelico ha avuto fortuna nello spazio e nel tempo per le sue due anime: quella naturale, che lo vuole Protettore delle forze incontrollabili del suolo (terremoti), e dell’aria (pesti e fulmini), nonché dispensatore dell’acqua da sempre tanto utile all’uomo, e quella che lo vuole Capo delle milizie celesti e Giustiziere nell’ultima transizione della vita.
Nel primo caso il culto fu posto in continuità e contrapposizione col serpente, vedendo il lui gli stessi attributi prima conferiti ad Attis, figlio di Cibele, la Grande Madre Terra, e poi simbolo del Male, sconfitto da Michele, così guadagnando molte cavità sotterranee, naturale rifugio dei rettili.
Nel secondo caso, come difensore dei diritti divini, l’Arcangelo assimilò l’immagine biblica di Giosuè. Dall’Oriente il culto si sarebbe trasferito nel Gargano [V/VIII secolo – in base alle chiavi di lettura], con la mediazione delle dominazioni bizantina prima longobarda poi.
Le due direttrici agiografiche caratterizzarono anche le diverse modalità di culto: la tradizione orientale predilesse le spelonche, ovvero gli antri naturali che si addentrano nelle viscere della Terra, e le virtù psicopompe, che conferirono a Michele il compito di pesare le anime al momento del trapasso nell’aldilà, quella longobarda preferì edificare cappelle nei luoghi più elevati e attribuire all’Arcangelo qualità guerresche e taumaturgiche.
L’iconografia lo ritrae, perciò, o con la bilancia – come da tradizione bizantina-, o con tunica, calzari e spada corta, serpente o drago sotto i piedi – come vuole quella longobarda.
L’eco del culto nel Gargano
Molti centri garganici erano e sono tuttora devoti all’Arcangelo: non ve n’è uno che non abbia a lui intestato una via, o una cappella, o una chiesa, o che non abbia collocato almeno una statua di san Michele davanti alla sua abitazione, o alla masseria, o alla sua “puscina”. Senza contare che molti genitori hanno prescelto di chiamare i propri figli Michele e molti continuano a bestemmiarlo.
Tra i centri più famosi del culto micaelico della “montagna del sole” sono comunque Monte Sant’Angelo e Cagnano Varano, i cui territori vantano il possesso di cavità naturali interessanti. Se la prima ha avuto più fortuna storicamente e fruisce del vantaggio di essere entrata nel novero dei beni protetti dell’umanità, la grotta di San Michele di Cagnano Varano merita anch’essa attenzione per la sua valenza naturalistica, stroica, artistica e religiosa.
Questa grotta, lunga oltre cinquanta metri, con la volta caratterizzata da cupolette da cui scendono centinaia di piccole stalattiti, dalle pareti affrescate da interessanti pitture rupestri e da concrezioni calcaree che disegnano il “toro”, “l’ala di San Michele” e “il busto di Padre Pio”, questo antro ove praticavasi il culto delle acque e del serpente – attestati dalla presenza di una pozza che si riempie grazie allo stillicidio delle acque piovane e del rettile effigiato su un antico altare-, questa spelonca ove probabilmente si praticava il rito dell’“incubatio”, come si evince da qualche giaciglio ivi presente, vanta lunga frequentazione.
Essa è dunque espressione di un meticciato culturale, sicuramente verticale ma anche orizzontale, presentando tracce di frequentazione di popoli variegati che hanno condiviso approcci diversi col sacro per entrare in rapporto con il mistero e così sostenere le difficoltà della vita.
È questo il punto di arrivo di alcuni recenti studi [cfr. L.CRISETTI, A.d’ARIENZO, A. GUIDA, La grotta di San Michele di Cagnano Varano tra Arte e Storia, Bastogi, 2010].
Il ruolo dei giovani nel Risorgimento
- Pubblicato Domenica, 22 Maggio 2011 10:21
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Michele Cammarano, La carica dei bersaglieri a Porta Pia 1871, Olio su tela
(Napoli, Museo di Capodimonte)
9 maggio 2011, Vico del Gargano, Liceo classico “P. V. MARONE”
Il “compito” mi è Stato assegnato dai giovani della’associazione Schiamazzi di Cagnano Varano e della Consulta provinciale di Capitanata. Per svolgerlo, sono partita da queste domande: “I giovani hanno preso parte al Risorgimento? Se si, quale ruolo hanno svolto? Per dare una risposta provvisoria ai suddetti quesiti, ho navigato in rete, ho sfogliato manuali di storia ed potuto verificare che l’idea di unificare l’Italia è stata anzitutto un sogno giovanile, come confermano i volti dei protagonisti del Risorgimento, le loro date di nascita, la partecipazione agli eventi che li hanno consacrati alla storia.
In seguito sono andata alla ricerca dei ruoli svolti dai giovani nel periodo storico chiamato Risorgimento, che coincide con quel processo di graduale scoperta e di affermazione della nostra identità nazionale, di rinascita culturale e politica, di riscatto da una condizione di subordinazione e di decadenza, a mio avviso non ancora compiuto, senza tuttavia mancare di rispetto alla identità di popoli “altri”.
Ho infine scoperto che i giovani hanno assolto diverse funzioni e precisamente di: incubatore, pianificatore, milite, vittima, catechista, avanguardista, comunicatore, sentinella della giustizia, controllo dello Stato, spina nel fianco dei governi, promotore dell’associazionismo, sensibilizzatore dell’opinione pubblica, amplificatore del disagio sociale, capro espiatorio.
Le medesime funzioni svolte dagli avanguardisti di oggi, che fortunatamente non mancano.
Sono stati i giovani come Monti, Alfieri, Foscolo, Berchet, Leopardi, Manzoni, Verdi, che per primi, in ordine di tempo, hanno infiammato gli animi e la coscienza nazionale.
L’“Ortis” di Foscolo si struggeva perché “il sacrificio della Patria era consumato”, dopo che Napoleone aveva ceduto Venezia agli austriaci.
Giovanni Berchet era del parere che la letteratura italiana dovesse svecchiarsi e promuovere la coscienza civile degli italiani.
Vittorio Alfieri riteneva che la poesia dovesse essere utile ad educare ai valori della libertà, della Patria, dell’eroismo.
Carlo Porta fu apertamente avverso alle sopraffazioni e alle dominazioni straniere. Verdi nel Nabucco volle sottolineare il disagio di un popolo schiavo.
Pisacane ritenne di dovere affiancare al problema dell’unità quello della questione sociale.
Dalla fase di “incubazione” e “germinazione”, si è passati a quella”ideativa”, che ha visto scendere in campo i teorici della forma di governo da conferire all’Italia: Giuseppe Mazzini, Vincenzo Gioberti, Cesare Balbo, Carlo Cattaneo e Giuseppe Ferrari.
E se ai giovani letterati e agli artisti ho pensato di assegnare il ruolo di terminatore per il fatto che concorsero a far nascere l’idea di patria, ai teorici avrei potuto attribuire il compito di pianificatore, dal momento che questi si soffermarono su come fare ri-sorgere non lo Stato italiano – che prima del 1860 non era mai Stato unito - ma il popolo, le cui origini alcuni fanno risalire persino al tempo dei Comuni.
Questi giovani patrioti, però, non dobbiamo figurarceli abbarbicati sulle posizioni originarie, ma con il pensiero in divenire. Mazzini, ad esempio, cominciò a soffrire per i coscritti sin da giovinetto, entrò poi nella Carboneria nutrendo fiducia persino nel re Carlo Alberto, sposò infine l’idea dell’Italia repubblicana senza più abbandonarla, ritenendo che la sovranità fosse stata conferita direttamente da Dio al popolo, affinché questo fosse libero, uguale, fratello. Per tale motivo, nel 1831, fondò la Giovine Italia, contando molto sulla presenza giovanile, e due anni dopo, pensò all’Europa dei popoli.
Vincenzo Gioberti, per contro, inizialmente strinse legami con la Giovane Italia, poi fu moderato neoguelfo e con il Primato morale e civile degli italiani fece nuovi proseliti tra le forze cattoliche liberali, per condividere infine il moderatismo cavouriano.
I giovani Carlo Cattaneo e Giuseppe Ferrari sono stati fautori dell’anima federalista del Risorgimento. Entrambi, rifiutando il modello di Stato accentrato sardo, concordarono sulla necessità di costruire piccoli stati alleati in grado di assicurare la più ampia autonomia agli stati regionali, date le loro condizioni molto diversificate e il bisogno di non dare forti scossoni allo Stato costruendo.
Il Risorgimento fu dunque la risultante di diverse forze e vide fautori soprattutto i giovani che si alimentarono degli ideali afferenti alle differenti proposte dianzi accennate. I risultati delle loro azioni si manifestarono nel biennio 1859- 1860, allorché scesero in campo altri due importanti personaggi del Risorgimento: lo statista e moderato Camillo Benso conte di Cavour, primo ministro del regno di Sardegna, e il democratico Giuseppe Garibaldi, che aveva dato prova di sé già nei moti mazziniani. Diplomatico e pianificatore il primo, passionale, uomo d’azione e comunicatore il secondo, il quale ritenendo che, senza un esercitò, sarebbe saltato il progetto dell’unità d’Italia, si accordò con “il tessitore”.
Tra i giovani liberali protagonisti del Risorgimento ho trovato anche nomi di cittadini garganici. Ve ne presento due del mio paese, Cagnano Varano, che partecipano ai moti carbonari e alla insurrezione antiborbonica del 1848: l’avvocato Antonio Palladino e il medico Antonio Giornetta.
Antonio Palladino sarebbe stato “infiammato dagli stessi ideali del Pellico, del Maroncelli, di Santorre di Santarosa, dei Fratelli Bandiera e di tutta la gioventù intellettuale del suo tempo”. Egli avrebbe cospirato con efficacia per l’unità e l’indipendenza della Patria. “Ricercato dal governo borbonico, fu costretto a riparare di qua e di là e a vivere di espedienti. Processato e condannato in contumacia, fu miracolato se non finì sul patibolo.”
8 marzo per non dimenticare: Le donne cagnanesi e lo sciopero del 1941
- Pubblicato Martedì, 08 Marzo 2011 17:51
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"Nel 1941, il sale, il pane, era tutto scarso ... e abbiamo fatto lo sciopero"
"Quanne maritema l’à ssapute, m’à ddàte ppùre nu sckàffe! e mm’ha ddìtte:- Te putìve pùre stà a rreteràta a ccàsta!"
Mi chiamo Carolina e sono nata a Cagnano Varano il 14.5.1918. Sono rimasta senza padre, quando mamma era incinta di tre mesi ed è andata a fare i servizi in casa dai ricchi: Rachelina Coccia, Masteaddèca, don Luca, da donna Lina. Cummàre Rachelìna ci ha battezzato, ce stèva lu san Ggiuvànne.
Prima di andare a servizio, mia madre faceva la contadina e l’artigiana: si procurava la paglia, dalle spighe che erano state mietute, e pe la restùccia facèva li cruuèdde e li spasètte. Raccoglieva la paglia, la faceva a mazzetti e la intrecciava.
Mia madre aveva solo me. Quando ero bambina sono andata a scuola, ma fino alla quarta elementare. Alla quinta mi sono ritirata dalla scuola, per necessità. Ero brava pure in aritmetica. Allora comandava Mussolini e ho fatto la "piccola italiana"; indossavo la gonna nera e la maglietta bianca. La quarta di allora era importante, poi ho insegnato anche ai miei nipotini. I miei figli me li hanno lasciati quando sono andati a lavorare all'estero.
Quanto lavoro! Eravamo in nove in casa: io, mio marito e sette nipotini e a tutto ho pensato io, quando i miei figli sono andati in Germania. Questa figlia [fa riferimento a quella presente] è andata via nel 1979. Ho lavato tutto a mano, allora non avevo la lavatrice.
Prima ancora, quando mia madre faceva i servizi da donna Rachelina, la zia di don Antonio [sacerdote di Cagnano], ho imparato a cucire. Era maestra di cucito e aveva in casa le ragazzine, che imparavano a cucire. Mia madre mi portava con sé e così ho imparato anch’io.
Ce stéva mégghje quanne ce stéva péje
- Pubblicato Domenica, 20 Febbraio 2011 18:53
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Narratrice - L’Italia unita, nel Mezzogiorno come a Cagnano Varano, dovette subito affrontare gravi problemi economici e sociali. Fame, miseria, disoccupazione sfociarono presto in proteste e rivolte molto dure. Il più grave fenomeno di ribellione fu il brigantaggio, protesta violenta che abbiamo pensato di presentarvi con le scene di vita quotidiana seguenti.
Scena unica (quartiere del centro storico animato dai vicini)
Marietta e Michelina – Luvì, luvì l’àja truate! Mamma quanda jè grosse! Férma, ca l’àja accide. [1]
Vicini (intorno a comare Grazia che setaccia la farina nella madia, cantano in coro) – Cummare cirne cirne/ e ttu che ccirne a ffà,/ se la fazzatóra còrre/ e dde farina ne nge ne stà. [2]
Comare Grazia (al figlio) - Desgraziate, te l’à magnate tutte quande li fiche sècche [3] (si toglie la ciabatta con la destra e tenta di colpirlo). N’àvete e dduje jévene rumaste e te l’à magnate pure tu!
Giovanni - E chi ce l’avéva magnà?
"Le caste" di Carmelo Palladino
- Pubblicato Domenica, 20 Febbraio 2011 18:35
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A Napoli nel 1872 Palladino scrive “Le caste” un saggio in cui Carmelo Palladino, dà conto della sua formazione positivista e internazionalista molto attento alla "questione sociale", intesa come emancipazione della plebe, la parte più numerosa e povera della popolazione e della donna, un soggetto senza diritti. Egli vi tratteggia con efficacia la società italiana stratificata così come si presenta negli anni dell’Italia pre e postunitaria, quelli della transizione tra i governi Borbonico e dei Savoia, quando il potere è ancora in mano alle caste dei preti, dei nobili e degli emergenti “galantuomini”, i quali trattano la plebe, peggio degli schiavi Sudra.
Le caste
In apertura del saggio Carmelo Palladino riflette sulla triste condizione dei popoli orientali, le cui società sono stratificate, fondate sulle “caste”, “né più, né meno che le diverse classi sociali, in cui quei popoli erano gerarchicamente divisi”.
Al primo posto erano i Brahmini, sacerdoti depositari del sapere nati dalla testa di Brahma, al secondo gli Scetria che, nati dalle braccia, erano predisposti a fare i guerrieri, alla terza i Vasia, artigiani che avevano il compito di trasformare la materia prima prodotta dall’ultima casta, i Sudra o schiavi che “surti dai piedi, servivano all’uso stesso, a che oggi servono i buoi, e gli altri animali; erano cioè l’istrumento, con cui la terza classe elaborava i prodotti, che divorava insieme con le altre due”.




